Zagabria, storia di una mummia eccezionale

Quando, sul finire dell’Ottocento, nel porto di Trieste giunse una nave carica di reperti dall’Egitto nessuno era in grado di prevedere la straordinaria scoperta archeologica tra di essi celata.
Andiamo con ordine.
Dopo le imprese napoleoniche, molti studiosi e curiosi europei si appassionarono all’Egitto e alla sua millenaria storia. Molte spedizioni archeologiche servirono a fare incetta di reperti da esporre nei musei europei o nelle collezioni private.
Fu così che nel 1848 il croato Mihail de Brariæ acquistò e riportò in Europa, attraverso il porto di Trieste, appunto , diverse mummie ed altri reperti ceduti poi nel 1867 al Museo di Zagabria.


I reperti finirono nei depositi del Museo in attesa di idonea collocazione, ma nel 1892 qualcuno si accorse che una delle mummie, appartenente ad una donna di Tebe vissuta in epoca tolemaica, era avvolta in strane bende ricoperti da una fitta e misteriosa scrittura, in inchiostro nero. Non era mai accaduto prima di trovare bende del genere, soprattutto perchè le scritte non erano geroglifici!
Gli studiosi decisero di toglierle e di cercare di comprenderne il contenuto…con grande sorpresa di tutti il testo che vi era riportato era scritto in lingua etrusca, come confermato dagli studi dell’egittologo Krall!
Iniziarono a fioccare le ipotesi sui rapporti commerciali tra Etruschi ed Egiziani, si parlò di insediamenti etruschi in Egitto favoriti dalla dominazione romana o , al contrario, causata dal poco spazio che i Romani lasciarono agli Etruschi in Italia…ipotesi…
Solo nel 1947 lo straordinario reperto, intanto denominato Liber Linteus (Libro di Lino, poichè le bende sono di tale materiale), conosciuto come la Mummia di Zagabria, fu soggetta a studi più accurati.
Il testo è realmente scritto in etrusco e proveniente probabilmente dall’area incuneata tra Perugia, Cortona e il Lago Trasimeno. Risalirebbe tra il III e II sec. a.c.
In quanto al contenuto, gli studi dell’egittologo Brugsch hanno rivelato che si tratta del testo usato da un aruspice etrusco per l’esercizio della sua arte divinatoria.
Le bende che avvolgevano la mummia sono state ricavate infatti da un unico pezzo di lino, oggi ricostruito, lungo 13 metri e largo 40 cm, che contiene all’incirca 1350 parole, con molte duplicazioni, diviso in dodici riquadri rettangolari, ognuno riportante 34 righe con scrittura ad andamento sinistrorso, e ripiegato a fisarmonica, con linee di impaginatura segnate in inchiostro rosso.
Il testo nel suo contenuto è molto schematico, composto da 500 vocaboli più volte ripetute, e purtroppo non tutte decifrate, anche se il contenuto del libro è abbastanza semplice, trattandosi di schemi di preghiere e di riti divinatori pronunciati dagli aruspici, compresa l’indicazione degli arredi sacri di cui doveva dotarsi il celebrante.
Le pagine, corrispondenti alle colonne, sono dodici come i mesi dell’anno e riportano i riti per ciascun mese, con riferimento alla relativa divinità protettrice.
il Liber Linteus non è, quindi, un testo narrativo ma allusivo, ovvero uno schema del rito che veniva letto ad ascoltatori che conoscevano l’argomento.
Dall’analisi attenta del Liber emerge, inoltre, che si tratta di una modesta copia di un testo più antico, probabilmente del V sec .a.c. poichè fa riferimento a schemi rituali già diffusi a Roma all’epoca dei sovrani etruschi dei Tarquinii. Il copista, per altro, non è stato molto attento, visto che vi sono diversi errori ortografici, ma la circostanza che i termini vengano ripetuti ha permesso di identificare gli errori e comprendere l’esatta scrittura di quasi tutti i vocaboli.
Nel corso dei 120 anni dalla sua scoperta il Liber Linteus è stato oggetto di vari studi e sono state pubblicate diverse opere di analisi del testo, oltre che di teorie sul come e sul perchè il testo sia finito in Egitto.
L’ipotesi più accreditata è che si tratti di un testo usato da un aruspice che seguì le truppe romane impegnate nella conquista dell’Egitto.
I Romani, uomini ferrei e logici, erano anche molto scaramantici e non intraprendevano alcuna impresa, dalla meno importante alla più impegnativa, senza prima aver consultato la volontà degli dei che si manifestava attraverso dei segni che solo gli aruspici sapevano leggere.
E’ plausibile pensare, pertanto, che quando le truppe romane toccarono le sponde egizie gli aruspici fossero al loro seguito, compresi testi e arredi sacri.
Impossibile comprendere come la preziosa benda di lino sia finita nelle mani degli imbalsamatori e perchè abbiano voluto riciclarla per fasciare la mummia, fatto è che la loro scelta e le fortuite circostanze della storia ci hanno permesso di trovare ed ammirare un unicum, che vanta il primato di essere il libro più antico d’Europa, il più lungo testo etrusco esistente al mondo, oltre che l’unico ad essere realizzato in lino.
Da recente il Liber Linteus è anche tornato in patria, infatti, è stato esposto a Cortona ed inquadrato nel contesto dell’Etruria Settentrionale dal quale è partito millenni or sono…
Gli studi continuano e non ci stupiremo se presto verranno fatte nuove rivelazioni su questo reperto eccezionale.

Articolo scritto da Carmen Carbonaro.