La leggenda della Baronessa di Carini

Laura Lanza di Trabia, famosa come la baronessa di Carini è stata protagonista di una tragica vicenda siciliana.

La nobildonna ebbe una sorella, Giovanna, e due fratellastri, Ottavio, primo principe di Trabia e Margherita, nati dal secondo matrimonio del padre con Castellana Centelles. Ella visse l’adolescenza nel palazzo gentilizio di Palermo. Non avendo avuto eredi maschi, il padre decise di darla in sposa a un membro di una facoltosa casata. Nel 1543, all’età di 14 anni, infatti, Laura andò in sposa, a don Vincenzo II la Grua- Talamanca, figlio del barone di Carini Pietro III e di Eleonora Manriquez, e si trasferì nel loro castello dove visse per vent’anni e nacquero i suoi otto figli.

Vittima di un matrimonio mal combinato e delle continue assenze del marito, Laura intrecciò una lunga relazione con Ludovico Vernagallo, cugino del marito e di rango inferiore, ma che conosceva e apprezzava da tempo.

Secondo la tradizione un frate del vicino convento informò  il padre ed il marito della sposa, e questi, assieme, freddamente meditarono e prepararono l’assassinio.
Fu preparato l’agguato e quando la spia si accorse che i due amanti stavano insieme, avvertì don Cesare Lanza, che corse nella stessa notte a Carini, accompagnato da una sua compagnia di cavalieri, e fatto circondare il castello, per evitare qualsiasi fuga dell’amante di sua figlia, vi irruppe all’improvviso, e sorpresili a letto, li uccise.

I cantastorie siciliani raccontano che la baronessa, colpita al petto, si toccò la ferita e, appoggiandosi al muro con la mano, vi lasciò un’impronta insanguinata.

L’amaro caso della signora di Carini non fu subito di dominio pubblico: la potenza delle famiglie coinvolte mise subito a tacere i diaristi del tempo, che si limitarono a riportare solo la data e la notizia della morte. Il vedovo si risposò subito con Ninfa Ruiz rinnovando alcune stanze del castello e cancellando le tracce che potevano ricordargli la prima moglie.

Dopo la terribile vicenda si narra ancora oggi che il fantasma di Laura, si aggiri senza pace nel castello con un abito del 500 dalla gonna di seta ampia e un corpetto sul quale avvolge uno scialle.

Si racconta che, a prova dell’omicidio, si troverebbe custodita nell’archivio della chiesa madre di Carini  una lettera scritta dallo stesso padre al re di Spagna Filippo II. Don Cesare Lanza di Trabia fu assolto in virtù della legge vigente e l’anno successivo insignito del titolo di conte di Mussomeli.

Secondo la tradizione locale la baronessa sarebbe stata tumulata nella cripta dei La Grua sotto l’altare maggiore della chiesa madre carinese. Nel 2014 , però, il grafologo del Tribunale di Palermo Carmelo Dublo ha provveduto ad analizzare gli antichi documenti disponibili, al fine di ritrovare nuovi elementi utili all’individuazione della reale tomba, con l’aiuto del Reparto investigazioni scientifiche dei carabinieri di Messina.

L’attenzione si è concentrata sulla chiesa di Santa Cita a Palermo: nella cripta dei Lanza sono sepolti, invero, il nonno paterno della baronessa, Blasco, il padre Cesare con la seconda consorte, il fratellastro Ottavio. Sotto il sepolcro dell’avo è posizionato un artistico sarcofago anonimo con lo stemma di famiglia e la statua giacente di una giovane donna che si ritiene, quando saranno concluse le indagini, possa essere quello di Laura.

Da questo vicenda furono realizzate diverse fiction televisive. La prima nel 1975 L’amaro caso della baronessa di Carini per la Rai, diretto da Daniele D’Anza, interpretato da Ugo Pagliai e Janet Agren. Nel 2007 ne è stata fatta una nuova versione televisiva, trasmessa da Rai Uno, La baronessa di Carini, con la regia di Umberto Marino, gli attori Vittoria Puccini e Luca Argentero nelle parti dei protagonisti.

Articolo scritto da Elvira Guglielmino