Il Minotauro, il mito…per modo di dire

Al tempo in cui Minosse era re di Creta, il dio del mare, Poseidone gli inviò in dono un meraviglioso toro bianco perchè lo sacrificasse in suo onore.
Minosse, però, ammaliato dalla bellezza dell’animale decise di non ucciderlo e di utilizzarlo per la riproduzione nelle sue mandrie.
Poseidone non prese molto bene la decisione di Minosse e decise di vendicarsi: trasformò il meraviglioso animale in una bestia feroce e fece perdere il senno pure alla regina Pasifae, la moglie di Minosse, a tal punto che questa si innamorò del toro e cominciò a smaniare per congiungersi con lui…il povero animale , ovviamente, non era minimamente interessato alla donna che, disperata, si rivolse all’artista e ingegnere più famoso a Creta, Dedalo, chiedendogli aiuto. L’artista costruì una giovenca di legno dentro la quale la regina potesse nascondersi, traendo in inganno il toro e accoppiandosi con lui.Il piano di Dedalo ebbe successo, Pasifae ebbe il suo incontro amoroso con il toro dal quale nacque il Minotauro.


Cosa avrebbe mai potuto nascere da cotanta unione? Un essere mostruoso, certo, ma anche uno dei modi di dire più famoso al mondo, che da millenni indica il tradimento in ambito coniugale, il fare le corna, accompagnato dal gesto delle corna fatte con indice e mignolo alzati e pollice, indice, medio e anulare ripiegati sul palmo della mano. Il gesto in modo inequivocabile indica le corna di un toro…
L’archeologo ed etnologo Andrea de Jorio nel 1832, studiando le similitudini della gestualità tra antichi greci e moderni napoletani, ha colto il collegamento, anche dopo una attenta analisi dei diversi modi di fare le corna, che per altro a Napoli si fanno in doppio, contemporaneamente con una mano verso l’alto e l’altra verso il basso, protezione completa!
Andiamo avanti. Il Minotauro, con la testa , la coda, gli zoccoli e la pelliccia da animale e torso e gambe umane, era per Minosse un costante memento del tradimento della moglie, ma il re aveva compreso che il tutto dipendeva dall’intervento funesto di Poseidone. Per altro, il povero Minotauro, oltre che orrendo a vedersi aveva pure un’indole feroce e si cibava di carne umana…non si poteva certo pretendere che un essere nato per il desiderio di vendetta di un dio troppo suscettibile potesse essere amabile e cordiale, e magari vegetariano.
Minosse decise di mantenere in vita il Minotauro, non si sanno mai le cose della vita, e chiese al geniale Dedalo di costruire una prigione-residenza per custodirlo in sicurezza. Dedalo ideò un labirinto, realizzato sotto il palazzo di Cnosso, che è rimasto famoso per l’impossibilità di uscire una volta che ci si vi addentrava poichè , con finte porte e corridoi ciechi, era impossibile trovare la via d’uscita. I malcapitati che vi entravano , per altro, se non morivano di fame e sete venivano sbranati dal Minotauro che , in poco tempo , finì per conoscerne a menadito ogni anfratto della sua prigione.
Ancora oggi il nome di Dedalo è sinonimo di intricati percorsi nei quali è davvero difficile orientarsi…dedalo di strade, dedalo di corridoi, tutte espressioni di antica origine.
Intanto alla corte di Minosse giunse la triste notizia della morte dell’amato principe Androgeno, deceduto ad Atene durante i giochi tauromachici. Minosse perse il lume della ragione e decise di vendicarsi contro Atene, minacciandola di distruzione se non avessero inviato ogni anno sette fanciulli maschi e sette femmine da dare in pasto al Minotauro…che poi , se Androgeno sognava di fare il torero e rimase ucciso che colpa ne avevano gli Ateniesi? Ad ogni modo, Minosse non volle sentire ragione e per anni tanti padri e madri ateniesi piansero la morte atroce dei figli per salvare la città.
Un bel giorno, però, il figlio del sovrano ateniese, il principe Teseo, si imbarcò in gran segreto alla volta di Creta con un manipolo di temerari per uccidere il Minotauro. Al suo ritorno , se avesse avuto successo, avrebbe dovuto issare la vele bianche prima di entrare in porto, così suo padre Egeo avrebbe potuto sapere la buona o la triste notizia.
Giunto nell’isola, Teseo conobbe la bellissima Arianna, figlia di Minosse e sorellastra del Minotauro, che conosceva benissimo il labirinto e che, consigliata da Dedalo, suggerì a Teseo di portare con sè un gomitolo di lana, di legarne un capo all’ingresso e di srotolarlo man mano che si addentrava nel labirinto così da seguirlo sulla via del ritorno, senza perdersi.
Ed ecco il filo di Arianna, filo che segna il percorso non solo fisico , per uscire da situazioni complesse.
Arianna consegnò a Teseo pure una spada dalla lama intrisa di veleno, così che sarebbe bastato un taglietto e il Minotauro sarebbe morto.
Teseo riuscì nell’impresa di uccidere il Minotauro, salvò i fanciulli chiusi nel labirinto, recuperò Arianna e partì alla volta di Atene, dove poter sposare l’amata.
Giunti nell’isola di Nasso, Teseo venne contattato in sogno da Dioniso che gli ordinò di cedergli la bellissima Arianna. Teseo, diciamocelo pure, da codardo, ripartì alla chetichella piantando Arianna in asso…e tre: l’espressione piantare in asso pare proprio che derivi da questo episodio e che nel tempo la N di Nasso sia scomparsa trasformando la parola in asso.
E Minosse? dopo il tradimento della moglie, la morte del figlio e il rapimento della figlia Arianna, in preda alla collera chiuse nel labirinto Dedalo e suo figlio Icaro, visto che pure l’architetto di corte aveva le sue colpe. Per altro, cosa poteva aspettarsi da uno che era scappato da Atene dopo aver tradito il nipote per invidia verso il suo talento? Finalmente decise di andare in vacanza in Sicilia e mentre faceva il bagno venne assassinato a Sant’Angelo Muxaro…ops, a Camico.
Arianna, rimasta…in Nasso, pianse disperata visto che era stata sedotta e abbandonata, aveva tradito il padre e lasciato uccidere il fratellastro, però poi si consolerà tra le braccia di Dioniso; Teseo roso dai rimorsi dimenticò di issare le vele bianche e lasciò che il padre Egeo , pensando che l’impresa fosse andata male, si uccidesse.
Insomma, una vera tragedia greca, fatta e finita, che però a parte lasciarci i miti di Minosse, di Pasifae finiti nella Divina Commedia e nei dipinti di Michelangelo e di Pollock, ci ha consegnato tanti modi di dire che fanno parte della nostra quotidianità.
Articolo scritto da Carmen Carbonaro