Catania, l’Arco delle Benedettine

…una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni, storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto”.

Da Storia di una capinera

Lo scenario della tragica Storia di una capinera è l’Arco delle Benedettine, capolavoro dell’architettura barocca, opera tra le più controverse e chiacchierate di Catania, collocata nella splendida via dei Crociferi, patrimonio Unesco.

L’arco fa parte delle opere realizzate dopo il devastane terremoto del 1693 che rase al suolo buona parte della città etnea. La ricostruzione di Catania seguì il piano regolatore proposto da Giuseppe Lanza Duca di Camastra, approvato dal Consiglio per la Ricostruzione il 28 giugno del 1694. Le moderne idee urbanistiche del Lanza e del suo maestro De Grunenbergh volevano che la città divenisse una moderna metropoli dalle strade larghe e spaziose che si incrociavano tra loro come le direttrici degli accampamenti militari dai quali il Lanza proveniva.

 Fu così che i vicoli e i vicoletti ereditati dalla struttura greca, romana e bizantina della città furono sostituiti dai nuovi piani lastricati sui quali si affacciarono ben presto le facciate delle chiese, dei palazzi e dei conventi in puro stile barocco, progettate dal Vaccarini e da Ittar.

Nasce la moderna via dei Crociferi che si apre, appunto, con l’Arco delle Bendettine e si chiude con la magnifico senario del portone di Villa Cerami.

L’arco fu realizzato nel 1704 per unire i due copri del convento delle suore Benedettine, da qui il nome. Pare, però, che la costruzione non fosse proprio regolare, visto che , al fine di applicare il piano regolatore del duca di Camastra, fosse stato fatto divieto di costruire senza permesso nelle assolate giornate catanesi, pena il pagamento di una salata sanzione.

Assolate giornate, ma la notte? Nessuna menzione, quindi le Benedettine, così come numerose famiglie catanesi , costruirono la notte per aggirare l’ostacolo…

 Che sia verità o leggenda, l’arco è sempre stato un luogo singolare per i catanesi: vuoi per l’aura romantica, vuoi per la solitudine che vi regnava la notte , visto che era contornato solo da monasteri e chiese, era luogo di incontri amorosi clandetsini. Per tenere alla larga eventuali occhi indiscreti si diffuse la diceria che la notte sotto l’arco passasse correndo il fantasma di un cavallo senza testa.

A questo punto fa la sua apparizione sul palcoscenico della storia il solito coraggioso di turno, coraggioso a tal punto che , non curante del fantasma, promette si andare a piantare un chiodo giusto sotto l’Arco a mezzanotte. E così una notte senza luna il nostro eroe, armato di chiodo e martello, si piazza sotto l’Arco e aspetta che giunga la mezzanotte. Si guarda intorno, non vede nessuno, e pianta il chiodo sul muro, a riprova del suo passaggio. Ma appena fa per andarsene, qualcosa lo trattiene per un lembo del mantello. Il coraggioso è talmente preso dal panico che lo coglie un infarto e ne muore. Il giorno seguente i catanesi lo trovarono senza vita, con il mantello impigliato nel chiodo da lui stesso piantato.

L’impresa del chiodo in verità è stata ripetuta parecchie volte nel corso della storia e i segni sono ancora visibili sulle mura sotto l’Arco.

Durante le festività agatine, le suore e le nobildonne catanesi si affacciavano dalle finestre dell’Arco per assistere al passaggio della processione che durante il Settecento transitava per via dei Crociferi.

In origine le finestre non avevano grate, posizionate in un secondo tempo per dare un freno agli scandali degli amanti che raggiungevano le novizie attraverso quelle finestre. L’ incarico di disegnarle fu affidato allo stesso Vaccarini che dovette armonizzarle con le linee degli edifici circostanti.

Sarà stato osservando quelle grate che il Verga avrà immaginato la vita di Maria, la sua Capinera, una delle migliaia di novizie destinate controvoglia alla clausura, a morire per il dolore di non poter vivere la grande avventura dell’Amore…ed è qui che Zeffirelli ha girato alcune scene della più celebre versione cinematografica del romanzo epistolare.

Oggi rimane un’opera meravigliosa che con il suo gioco di chiari e scuri ci racconta storie di uomini e di mondi d’altri tempi…

Articolo scritto da Carmen Carbonaro

 

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