Albania …i codici di Berat

berat1Ci sono storie al mondo per le quali è vero che la fantasia è niente a confronto con la realtà…così accade con le vicende e l’atmosfera che avvolge i  celeberrimi codici di Berat…il Codex Aureus , del X sec., e il Codex purpureus del VI sec.

Il più antico è il  Codex purpureus , che è stato scritto in elegante calligrafia e caratteri in oro e argento che ne hanno premesso una ottimale conservazione; contiene brani del  vangelo di Marco e di Matteo.

Scritto in  greco bizantino, il testo  è disposto su due colonne, di dimensioni 31,4x 26,8 cm, per 100 pagine in pergamena realizzata in pelle di capretto. Il restauro effettuato in Cina qualche anno a dietro  ha rivelato che sono stati necessari 100 capretti per realizzare l’opera.

 Sul in folio è presente il simbolo di un cuore rosa purpureo, che ne giustifica il nomen di codex purpureus,  che nulla ha a che vedere con la croce o il pesce che indicavano Cristo; probabilmente si tratta dello stemma araldico della famiglia che custodì per secoli l’opera.

 La datazione risale al VI sec, secondo lo studioso francese Battifol che visionò l’opera nel 1868, comparandola, per caratteri e stili, ad altre iscrizioni rinvenute in Albania e risalenti al medesimo periodo. Non mancano studiosi, quali il vescovo di Berat, Anthim, che fanno risalire l’opera al V sec, attribuendola a Giovanni Crisostomo, vissuto per qualche tempo nell’Epiro del Nord (antica Albania), e morto nel 407 d.c.berat2

Fatto è che il codice riporta  brani evangelici fortemente influenzati dai vangeli apocrifi, fatto che lascia pensare che il testo fu realizzato  prima della canonizzazione dei quattro vangeli , così come oggi conosciuti.

Singolari poi le vicende che hanno accompagnato la storia millenaria del codice. 

Il sacro testo veniva usato nelle celebrazioni solenni, ma nessuno sapeva dove venisse custodito. Gli austriaci, durante la prima guerra mondiale, lo cercarono invano; nel 1944 i sacerdoti della cattedrale di Santa Maria preferirono la fucilazione piuttosto che rivelare ai nazisti il luogo del nascondiglio.

 Per millenni, infatti,  un Consiglio ristretto di tre persone designava al suo interno il depositario del segreto luogo, quest’ultimo, prima di morire, chiedeva che un altro membro lo sostituisse nell’incombenza e gli rivelava il segreto. Questo accadde fino al custode Nasi Papapavli, che , negli anni ’60, rimasto l’unico del Consiglio , decise di rivelare pubblicamente il segreto, ovvero una nicchia vicino all’abside nella cattedrale della Santa Maria a Berat.berat4

Nel 1964 gli austriaci chiesero alle autorità albanesi di acquistarlo, ma per fortuna il reperto è rimasto sempre in terra Albanese, oggi nell’Archivio di Stato, a gloria di quanti nei secoli hanno dato la vita per la sua custodia.

Articolo scritto da Carmen Carbonaro

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